
All’inizio del mese corrente, un editoriale comparso sul sito internet argentino di cinema otroscines.com - intitolato “Bye Bye Europe” – commentava una situazione che era (e ancora è) molto problematica. Diversi governi europei hanno diminuito la percentuale del loro supporto finanziario ai fondi cinematografici che sovvenzionano i cineasti dei paesi extraeuropei - come, per esempio, l’olandese Hubert Bals Fund del Festival di Rotterdam. L’articolo dipingeva uno scenario generale in cui la cristi finanziaria aveva infine raggiunto anche il circuito dei fondi cinematografici di tutto il mondo; questo avrebbe sicuramente avuto ripercussioni sullo sviluppo del cinema indipendente nei paesi non membri dell’Unione Europea, e più in particolare in Argentina. Perché tutto ciò era così importante?
Perché i fondi cinematografici europei hanno giocato un ruolo essenziale nell’aiutare i nuovi cineasti di questi paesi ad emergere. Istituzioni come l’Hubert Bals Fund, Fond Sud o il World Cinema Fund hanno offerto un aiuto finanziario di cui avevano grande bisogno, all’inizio delle loro carriere, ad artisti come Lisandro Alonso, Apichatpong Weerasethakul o Tsai Ming-liang, oggi cineasti acclamati e considerati punti di riferimento estetici per il cinema. Qui ad Alba, il neonato TorinoFilmLab sta facendo la sua parte, avendo invitato più di 30 progetti per i suoi programmi di training e sviluppo, e stabilendo premi tra i 50.000 e i 200.000 euro in occasione del suo evento conclusivo, in novembre.
Il flusso dei fondi europei per i film dei paesi del Terzo Mondo è stato particolarmente cospicuo nei tardi anni Novanta, quando le ricette economiche degli esperti del neoliberalismo che venivano applicate alla lettera avevano scarsa considerazione per le spese destinate alla cultura in generale - e per il cinema giovane in particolare. Anche nei casi laddove esisteva una qualche forma di sistema di finanziamento governativo questo non era facilmente accessibile per i debuttanti. Oggi, quindi, i fondi cinematografici europei sono divenuti il supporto irrinunciabile per i giovani cineasti che cercano di realizzare i propri film e di farli vedere al maggior numero possibile di spettatori (cosa che nel circuito della distribuzione internazionale oggi si dimostra non tanto un business quanto piuttosto un’avventura, se non addirittura una missione suicida).
Nondimeno, molti pensano che una tale dinamica abbia anche i suoi svantaggi, come ad esempio la ricerca incessante del ‘prossimo ’trend’ (come sono stati già il cinema iraniano, argentino e rumeno), e l’ingerenza che questi fondi possono avere avuto sui progetti – ingerenza che talvolta è divenunta una forma di dipendenza. Ciò si tradurrebbe in progetti fatti su misura per assecondare il tipo d’immaginario e di storie “locali” che il pubblico e i comitati di selezione europei s’aspettano. Queste attese (e la voltontà dei cineasti di rispettarle al fine d’ottenere finanziamenti) hanno condotto alcuni film a ritrarre temi e personaggi locali in una maniera che sono stati anche interpretati come risultato di un’internalizzazione della prospettiva europea sulla propria cultura. Sul piano più prettamente finanziario, questi progetti si allontanano ulteriormente dai sistemi di finanziamento emanati dai governi locali, poiché l’esistenza di questi fondi dà alle istituzioni ufficiali la scusa per continuare a finanziare solo cineasti già affermati o ben introdotti.
Sebbene la crisi finanziaria stia sicuramente avendo un effetto sull’industria del cinema indipendente, i fondi cinematografici sono ancora lì a tendere la mano a quei giovani e talentuosi cineasti che hanno bisogno di loro per realizzare la propria visione artistica. E mentre alcuni sperano davvero che l’economia mondiale non elimini queste possibilità, altri invece credono che questa situazione da “si salvi chi può” possa rapprentare un’occasione per una crescita autosufficente delle proprie cinematografie indipendenti. Il dibattito è ancora aperto.
Agustin Mango