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Home page > In Focus > Farsi e Disfarsi: Le Droghe al Cinema (19 marzo 2009)
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Farsi e Disfarsi: Le Droghe al Cinema

 
Drugs on film
Céline et Julie vont en bateau

Un film come Céline et Julie vont en bateau, in programma al Festival di Alba quest’anno, presenta, diciamolo, un sofisticato approccio all’uso delle droghe. È abbastanza chiaro da dove derivi la consistenza ironica del film; la tossicologia diventa gradualmente alchimia, permettendo alle due donne di vivere versioni alternative delle proprie vite. La droga è efficace anche sullo spettatore, le certezze che si hanno all’inizio (sull’identità, sul normale scorrere del tempo, sull’affidabilità del linguaggio) sembrano affievolirsi, rendendo persino la città di Parigi simile a un sogno avuto dalle donne – una Parigi che potrebbe svarire ad ogni istante.

Senza guardare troppo indietro, vengono alla memoria esempi di film che descrivono approcci più indulgenti alla droga. Uno è l’oscuro Paura e delirio a Las Vegas (Fear and Loathing in Las Vegas, 1998), film tratto dal romanzo di culto di Hunter S. Thompson, poco conosciuto padre del “Gonzo journalism”. Il film è un tributo al consumo delle sostanze illegali e tenta di mostrare come un’esperienza soggettiva, migliorata dalle droghe, possa essere una preziosa fonte di humour ed effervescenza spirituale.

Naturalmente i difetti dei discorsi che inneggiano all’uso delle droghe sono ovvi; gli spettatori sono ben consapevoli della faziosità dei film a base di fumo-coca-pillole e dei loro sviluppi narrativi stentati. Nondimeno, rimane il fatto che il ‘farsi’ una qualche pozione chimica ha la sua dose di eleganti momenti salienti nella storia del cinema; preferendo, come Thompson fa nei suoi scritti, lo stile all’accuratezza.

All’estremo opposto abbiamo un film che sarà tra le vette del festival di Alba di quest’anno, Better Things, debutto nel lungometraggio di Duane Hopkins. Già apprezzato alla Settimana della Critica di Cannes l’anno scorso, il film certamente ha un approccio più miserabilista all’uso della droga di Céline… L’inizio del film mostra una sequenza splendidamente fotografata dell’overdose d’eroina di un’adolescente nella provincia inglese, più precisamente nel Cotswolds. Partendo da questo punto, utilizzando immagini ostentatamente statiche e alcuni effetti sonori molto deprimenti, Hopkins srotola lo spettro desolato di occupazioni e sogni dei giovani britannici. Nel mondo di Hopkins, le droghe sembrano esser da sempre nelle mani dei diciassettenni I videogame della Playstation e il sesso monotono servono da accompagnamento all’assunzione di droghe, e la preferenza per quest’ultima non può che essere estrema (raccomando l’album dei Porcupine Tree Fear of a Blank Planet come controparte di questo film). I toni grigi che colorano la cittadina e i suoi abitanti non sono solo i prerequisiti di un film d’autore. L’abulia morale e intellettuale che circonda i personaggi (e che li conduce, non apertamente, verso sapete bene cosa…) ha bisogno di un tono registico funereo, tono che Hopkins domina assai bene.

Anche se alcuni critici comparano Hopkins a Bruno Dumont e poi al New French Extremity, credo che il suo approccio ad uno stile di vita (auto)distruttivo abbia una sfera referenziale tipicamente britannica. Si può certo citare Trainspotting (1996), ma sono più incline a pensare a Niente per bocca (Nil by Mouth, 1997) o anche a Rise of the Footsoldier (2007) come esempi dello stesso ethos quando si parla di malaise urbanosuburbano. Il cinema britannico (e implicitamente Better Things) ha un approccio più strutturato all’abuso di sostanze stupefacenti, connettendo questa pratica con il collasso dell’istruzione scolastica, la disintegrazione dei nuclei familiari e il declino delle città industriali inglesi negli ultimi vent’anni.

Mark Racz

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