
Nato nel 1966, ha cominciato a lavorare in teatro intorno ai 25 anni. Dopo aver acquisito una formazione professionale presso l’Istituto Nazionale per le Arti, ha lavorato in spettacoli del Teatro Godot e del Teatro Ping Fong. Il 1993 è stato un punto di svolta, perché è da allora che ha cominciato ad apparire sullo schermo, in pubblicità, serial televisivi e film. In particolare, ha acquisito fama come interprete dei film di un autore come Lin Cheng-sheng (Sweet Degeneration, March of Happiness, Robinson’s Crusoe, Betelnut Beauty). Da allora, è apparso anche, tra gli altri, in Better Than Sex, una commedia ispirata al mondo manga, e in Parking, film selezionato al Festival di Cannes l’anno scorso.
Nel 2001, ha deciso di provare un altro ruolo, questa volta dietro la macchina da presa, e ha filmato il suo primo cortometraggio Two Summers, seguito, l’anno successivo, dal lungometraggio Taipei Twenty Something. Questa svolta nella sua carriera gli ha permesso di raggiungere una platea più internazionale. La terza esperienza di Leon Dai come regista è il film in competizione quest’anno al Festival di Alba No Puedo Vivir Sin Ti (2008) – un titolo spagnolo che significa “Non posso vivere senza te”. Dai ha partecipato anche alla stesura della sceneggiatura del film (una curiosità: Dai scrive anche poesie in stile moderno).
No Puedo Vivir Sin Ti racconta la storia di un uomo disperato. Sebbene viva in una situazione precaria con l’amata figlia di sette anni, egli decide d’iscriverla a scuola per permetterle d’avere un futuro migliore. Il film pone l’attenzione sulla burocrazia a Taiwan, sul modo in cui il “sistema” può influire sulla vita delle persone e sui pregiudizi contro chi vive in povertà e con un basso livello d’istruzione. È significativo che il protagonista del film, Li Wu-hsiung, appartenga alla minoranza etnica e linguistica degli Hakka di Taiwan. “Attraverso il mio film voglio semplicemente esprimere il mio punto di vista: questo “maggior diritto è il diritto della maggioranza” è davvero fondato sui diritti delle persone?”, dice Dai.
Al fine di concentrare l’attenzione sull’intreccio, ispirato a eventi realmente accaduti, Leon Dai ha deciso di girare No Puedo Vivir Sin Ti in bianco e nero. In merito al titolo in spagnolo, c’è una spiegazione culturale: “Perché dovremmo utilizzare un titolo in inglese? Invidio l’entusiasmo che sprigiona lo spagnolo dei latinoamericani. Loro possono esprimere direttamente le proprie emozioni e i propri sentimenti in una maniera che è pressoché sconociuta ai taiwanesi” afferma Dai con entusiasmo.
In alcuni dei suoi lavori come regista, o anche come attore, l’attrazione verso il realismo di Dai è evidente. Le scene del suo film sono costruite in lunghi piani sequenza, quasi senza dialoghi, dando allo spettatore l’impressione di vivere la banalità del quotidiano del protagonista. Quest’uso del piano sequenza dimostra l’influenza del Neorealismo italiano e della Nouvelle vague francese, come pure della New wave taiwanese degli anni Ottanta. Si può riconoscere una commistione tra i linguaggi del documentario e della fiction nelle produzioni a basso costo di Dai di altri cineasti del suo paese. “Penso che, dopo aver perso prominenza commerciale in favore dei film di Hong Kong, il cinema taiwanese non potesse che avvicinarsi al documentario per trovare una maniera di esprimersi”, spiega Dai.
Leon Dai, che è innamorato del cinema e vi ha lavorato sin dall’infanzia, termina l’intervista che abbiamo realizzato per questo ritratto con una visione ottimistica sul cinema di Taiwan: “I film taiwanesi sono come un antico e potente impero. Hanno conosciuto la gloria e poi il declino, ma esistono ancora. Ad ogni modo, hanno possibilità infinite”. Attendiamo quindi che l’impero colpisca ancora …
Estela Cotes