
Prospettiva. Si potrebbe sostenere che una buona prospettiva (aperta, imparziale e realistica) sia la chiave per l’approccio artistico a qualsivoglia soggetto, soprattutto nell’ambito del cinema documentario. E Massoud Bakhshi, regista iraniano nato a Teheran nel 1972, sembra averne parecchia – come ha dimostrato nel suo acclamato documentario Tehran has no pomegranates! (2007), un mosaico guidato dall’ironia e che utilizza più formati. Variety lo ha descritto come una “storia fantasiosa e coinvolgente di Teheran”.
Se una cosa è certa dopo aver visto il film è l’amore di Massoud per la sua città natale. Teheran fu un luogo difficile dove crescere negli anni Settanta; un’esperienza che egli descrive come “incredibile e amara allo stesso tempo. Incredibile perché fui testimone - a sei anni - dell’ultima rivoluzione (la Rivoluzione islamica che cacciò lo scià nel 1978) ma anche della più lunga guerra del secolo (combattuta contro l’Iraq fra il 1980-88); e amara perché furono una rivoluzione sanguinosa e una guerra terribile, con un milione di giovani iraniani morti”.
E come si può acquisire una prospettiva? Semplicemente, si potrebbe rispondere che proviene dalla propria esperienza di vita. E nel caso di Massoud e della sua infanzia durante la rivoluzione e la guerra questo è esattamente accaduto: “Porterò le conseguenze di questi due eventi fino alla tomba ”. “Ma d’altra parte l’esperienza della rivoluzione e della guerra”, aggiunge “hanno insegnato a me e alla mia generazione a essere forti e speranzosi, ad amare la vita e a conoscerne i valori”.
Massoud afferma d’aver imparato molto dal cinema europeo – soprattutto dalla Nouvelle Vague e dal Neorealismo italiano – quando studiò in Italia e Francia. Aggiunge però d’essere rimasto sempre legato alla cultura iraniana, in special modo alla letteratura: “Prima di cominciare a scrivere di cinema – e in seguito cominciare a farlo – leggevo e scrivevo poesie e testi letterari. Amo il cinema perché è una strana fusione di tutte le forme artistiche e al tempo stesso è esso stesso realtà”.
Quando gli si chiede dello stato attuale del cinema iraniano, il suo punto di vista riflette queste stesse idee sulla natura del cinema: “Vi è una ricca tradizione di “narrazione” nella cultura iraniana”, spiega Massoud, “mentre, d’altro canto il documentario è alla base del cinema d’autore iraniano”. “Credo che una nuova generazione di cineasti iraniani stia emergendo; questi registi tentano di sposare queste due tendenze che permetteranno al cinema iraniano di splendere nuovamente”. La posizione di Massoud non sarà distante: egli stesso celebrerà questo matrimonio di generi; infatti, mentre lavora ad un documentario sulle sue nipoti, sta sviluppando il suo primo film narrativo, Seven Years Old, ispirato alla sua infanzia. Questo progetto è stato selezionato quest’anno da Script&Pitch, il programma di training del TorinoFilmLab al Festival di Alba.
“Credo che rispondere in merito alle influenze sia difficile e impossibile”, afferma Massoud quando gli si chiede dove abbia trovato ispirazione. “Nel mio caso, posso dire che tutte le vere opere d’arte e tutti gli eventi della mia vita in Iran hanno, in un modo o nell’altro, esercitato la loro influenza su di me. Se si osserva e si pensa attentamente si possono scoprire diverse cose interessanti in ogni opera d’arte, anche la più elementare. È fondamentale essere curiosi come bambini, fino alla fine dei nostri giorni”. Come si può acquisire una prospettiva nel cinema? Voilà!
Agustin Mango