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Home page > Interview-Portrait > Atef, Emily (24 gennaio 2010)
Portrait
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Emily Atef

Germania 
photo © Maciej Zienkiewicz

Incluso nel concorso Andar per film, The Stranger in Me racconta la storia di una donna che fatica ad accettarsi come madre. Si tratta del secondo film della regista franco-iraniana Emily Atef, che è nata a Berlino e ha vissuto negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Francia. Tali esperienze hanno condotto questa cineasta di 36 anni a essere tra i nomi più promettenti del cinema tedesco contemporaneo.

Da giovane, Emily Atef ha studiato recitazione, scoprendo, però, che non era quel che voleva realmente. Ma tale esperienza non si è rivelata inutile: presso il teatro di Londra dove ha lavorato per quattro anni e mezzo ha scoperto la sua vera vocazione; a quel punto ha iniziato a scrivere cortometraggi. Un giorno, seguendo il consiglio di un amico, fece domanda per entrare all’accademia di cinema DFFB. Questo passo le avrebbe permesso pure di ritrovare la sua città natale, Berlino, che aveva lasciato quando aveva solo sette anni. “Guardavo film da mattina a sera“, dice. “Era la cosa migliore da farsi alla scuola di cinema“. Al DFFB ha stretto delle buone amicizie e ha fatto la conoscenza di collaboratori che sono rimasti al suo fianco sino alla realizzazione di The Stranger in Me – come la produttrice Nicole Gerhards, la co-sceneggiatrice Esther Bernstorff e l’operatore Henner Besuch.

Prima di The Stranger in Me, Atef ha diretto, durante il corso al DFFB, il cortometraggio documentario XX to XY: Fighting to be Jake, incentrato su un suo amico britannico nato donna, ma che riteneva d’essere in un corpo sbagliato, visto che si considerava un uomo. In seguito, Atef ha diretto Molly’s Way, il suo primo lungometraggio, realizzato anch’esso con il sostegno del DFFB. Il film, storia di una donna irlandese che arriva in una piccola città mineraria polacca alla ricerca del padre del bambino che porta in grembo, ha fatto conoscere il suo nome nell’industria cinematografica.

Sebbene The Stranger in Me abbia un côté sociale, non era l’intenzione di Atef porlo al centro del film. “Esther (Bernstorff, la co-sceneggiatrice) e io non volevamo realizzare un film politico. Intendevamo comporre il ritratto di una donna forte ed equilibrata che dopo il parto non riesce a provare affetto per il bambino e precipita in una profonda depressione”, dice Atef. “Non riconosce più se stessa”. Facendo ricerche in vista della realizzazione del film, Atef ha scoperto che il 10-20% delle madri soffre di depressione post-natale e che, cosa assai sorprendente, pochi sanno di questo malessere in verità facilmente curabile.

Cinefila appassionata, Atef ritiene che una serata ideale tra amici debba sempre includere una capatina al cinema. Quando le si chiede quali registi ammiri nel cinema contemporaneo, lei menziona Carlos Reygadas, Bruno Dumont e Claire Denis. Trova interessanti anche cineasti tedeschi come Hans-Christian Schmid, Andreas Dresen e Fatih Akin. “E, ovviamente, i maestri: Bergman, Cassavetes, Kiarostami… e così via…”

In futuro sentiremo ancora parlare di lei, visto che sta preparando il suo terzo lungometraggio, Kill me che mette insieme una dodicenne che vuole togliersi la vita e un evaso di 43 anni. Atef lo descrive come un “road movie che attraversa la Germania, valicando la frontiera francese, in direzione Marsiglia”. È stata pure invitata ad adattare il romanzo svizzero Night train to Lisbon di Pascal Mercier, che sarà girato in Francia con un cast francese. È chiaro: non ci sono frontiere per il cinema di Emily Atef.

Joao Candido Zacharias

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